Intervista a Jay Kristoff – 28 settembre 2019

Cari lettori,

Se mi seguite sui social forse saprete che lo scorso sabato ho avuto una grandiosa opportunità: Intervistare Jay Kristoff. L’autore australiano è venuto in Italia per pubblicizzare la trilogia Nevernight uscita lo scorso settembre e, dopo una tappa a Roma, è arrivato a Milano. La Mondadori mi ha invitata, insieme ad altri blogger, ad un evento in cui ho potuto porre una domanda all’autore di questi bellissimi fantasy e ascoltarlo parlare del suo lavoro e della sua vita. È stata una giornata magnifica e un’opportunità unica. Jay Kristoff è stato gentile, divertente e disponibile per foto, video e anche qualche domandina extra. Di seguito trascriverò l’intervista con le domande di tutti i fantastici e le fantastiche blogger che hanno resto questa giornata ancora più speciale. Inoltre lascerò sotto i link alle recensioni dei libri dell’autore. Ringrazio di cuore la Mondadori, e in particolar modo Anna e Marco, per avermi invitata e avermi permesso di vivere una delle giornate più belle di quest’anno.

Partendo dall’inizio, come è nato l’idea del mondo di Nevernight e come si è sviluppata nei tre volumi?

Tutto è iniziato con il personaggio di Mia, sicuramente i lettori si innamorano dei personaggi e non delle parole e quindi ho iniziato a esplorare questo nuovo personaggio. L’ispirazione è venuta una sera, la vigilia di Capodanno, quando due mia amiche hanno iniziato a discutere se una parolaccia che in inglese inizia per “C” fosse offensiva o meno. Rimasi volutamente fuori dalla discussione, ma ero interessato alle reazioni e ai punti di vista delle mie amiche. Subito dopo ho iniziato a scrivere la scena che c’è alla fine del Capitolo 5 del primo libro dove appunto Mia e Tric discutono su questa parola. A quel punto ancora non sapevo chi fosse Mia, però sapevo che volevo saperne di più e scoprire chi fosse. Io sono molto appassionato di Storia Romana, mi sento addirittura un Nerd su questa materia, in particolare della dinastia Giulia. Sapevo che potevo prendere in prestito molto da questa Storia e in particolare dalla storia e dalla figura di Giulio Cesare, un generale che si è ribellato contro il Senato. La sua ribellione ha avuto successo, mi sono sempre chiesto però cosa sarebbe potuto accadere se questa ribellione non fosse andata a buon fine, cosa sarebbe accaduto alla sua famiglia e così è nata la storia di Mia.

Perché hai voluto iniziare la serie di Nevernight comunicando subito ai lettori la morte della protagonista facendo così un spoiler sul finale?

Sicuramente perché sono molto cattivo, ma volevo soprattutto creare il viaggio di Mia come se fosse una figura leggendaria, una persona che ha vissuto la vita completamente nella violenza e che alla fine avrà, logicamente, una fine violenta. Volevo creare delle aspettative nei lettori, in modo tale che sapessero da subito che sarebbe stato un viaggio ben definito, che avrebbe portato alla fine di questo personaggio. Inoltre questo aumenta sicuramente la curiosità del lettore che diviene entusiasta della storia, anche perché in questo modo si capisce che nessun personaggio è davvero al sicuro. Se può morire la protagonista allora tutti possono morire. Personalmente quando leggo un libro voglio essere un po’ intimorito, soprattutto dal finale, mi piace sapere che i personaggi che amo possono rischiare, mi aiuta ad accrescere la curiosità ed è proprio questo che spero di essere riuscito a fare con i miei lettori.

Quando hai finito di scrivere la trilogia cosa hai provato, ma soprattutto avevi idea del grande successo che avrebbe avuto?

Mi sono sentito triste, quando l’ho finita. Questa è la terza trilogia che concludo, ma non ricordo di essermi sentito così triste con le altre, ero sempre emozionato per la prossima storia (e lo sono anche adesso), però immagino che ci fosse più “me” in questa serie e in questi personaggi rispetto alle altre. Quando ho detto addio a questa serie è come se avessi detto addio a una parte di me. Sapevo anche Mia significava molto per i lettori e quindi mi dispiaceva anche per loro. L’ultimo capitolo della serie è stato molto difficile da scrivere. Il narratore parla della fine di questo viaggio ed è come se parlassi io ai miei lettori, come se io stessi dicendo addio alla serie. È come quando i genitori salutano i figli che vanno al college, iniziano il loro percorso nel mondo reale. Comunque sono molto soddisfatto dei libri e del finale. Mi sono sentito triste, cosa insolita per me perché di solito ho il cuore di ghiaccio. E, per rispondere alla seconda parte della domanda, no, non sapevo che sarebbe stato un così grande successo, anche perché quando la trilogia è uscita in inglese non c’è stato un lancio così grande come c’è stato qui in Italia, è stato più circoscritto e poi in due/tre anni il libro ha avuto un successo esponenziale ed è tutto grazie a voi ragazzi che siete i miei lettori e ad Instagram, Youtube e Blog, avete fatto un grande passaparola, molto più grande rispetto alle altre mie serie. Anche solo consigliando la serie a un amico o a uno sconosciuto avete permesso che avesse così tanto successo, quindi devo tutto a voi, grazie mille! 

Sapevi già come si sarebbe conclusa la storia di Mia dalla prima stesura del primo libro?

No. Io penso che ci siano due tipi di scrittori: il primo è quel genere di autore che pianifica sin da subito la trama e sa già dove la trama andrà a parare; il secondo tipo, invece, quello a cui appartengo, è il gruppo di scrittori che si lasciano trascinare dalla trama mentre scrivono. È come guidare in macchina, vedere la città in lontananza, sapere di dovere andare in quella città ma non sapere ancora quale strada intraprendere. Sapevo però che Mia sarebbe morta, prima o poi, perché l’ho scritto nella prima pagina, ma non come. Non sapevo nemmeno chi sarebbe stato il narratore, però avevo tre possibilità. Il primo narratore che avevo pensato, alla fine non è diventato il narratore vero e proprio che ho scelto. La storia e i personaggi mi hanno sorpreso, quindi sapevo di avere buone probabilità di sorprendere anche i lettori. È molto entusiasmante scrivere in questo modo perché sapevo che dovevo arrivare ad un finale che avevo in mente, solo che non sapevo ancora come arrivarci. Avevo addirittura scritto 3 finali diversi e ho scelto quello meno oscuro e deprimente. Gli altri due non vi sarebbero sicuramente piaciuti.

Questa era la mia domanda e mentre mi autografava i libri ho chiesto chi fossero gli altri due possibili narratori, passate alla prossima domanda se non avete finito la trilogia.

Gli altri due possibili narratori erano Tric e Messer Cortese, fino al secondo libro era convinto che Messer Cortese sarebbe diventato il narratore. Quando gli ho detto di aver immaginato Tric come narratore dopo la sua morte mi ha risposto che effettivamente era una buona soluzione anche quella.

Qual è stato il momento più difficile da scrivere nell’intera trilogia?

Le scene di sesso! È molto strano pensare che mia madre, mia moglie, i miei amici leggano queste scene nei miei libri. Mia moglie è una delle è la prima fra le 5 persone a cui faccio leggere i miei libri prima di mandarli all’editore. Quindi scrivere queste scene sapendo che le persone vicino a me le avrebbero lette è un’esperienza che non avevo mai fatto. Mia moglie e un gruppo di sue amiche leggono molti romanzi erotici e quindi ho chiesto loro di fare un “best of” delle scene di sesso, per qualche tempo è stato come leggere della pornografia. Di solito sono da solo nel processo di scrittura, invece per quanto riguarda le scene di sesso sentivo la gente sulla spalla che mi giudicava.  

Luce e Oscurità, due realtà contrapposte che in Nevernight assumono sfumature nuove e particolari. Da dove è nata l’idea di questa battaglia ideologica?

L’idea era un po’ quella di sovvertire il classico confronto tra luce e buio, che è tipico del genere fantasy. Mia ha dei poteri legati alle ombre e si intona molto con il suo personaggio, al fatto che sia una assassina, ma ho voluto mettere anche dei limiti a questi poteri perché non possono funzionare sempre perché la storia è ambientata in un mondo dove in generale non c’è oscurità totale. Sapere di creare un personaggio che sembra un dio era pericoloso, perché allora soltanto un altro dio come lei avrebbe potuto sfidarla e quindi ho voluto porrei dei limiti ai poteri. Tipicamente la luce viene vista come qualcosa che rappresenta la bontà, qualcosa di giusto e corretto, però, in ogni sistema in cui c’è un unico potere, se non c’è equilibrio si crea tirannia e quindi anche questi mondi, che sembrano perfetti perché dominati dalla luce, nascondono in realtà corruzione e un potere troppo forte. Ho per questo sconvolto questa dicotomia tra luce e buio, perché la vita di fatto non è o bianca o nera, è un insieme di sfumature di grigio, c’è sempre la ricerca di equilibrio in questo sistema che non può essere univoco.

È davvero giusto associare le ombre alle paure che ci portiamo dentro? O, come ci insegna Mia, sono piuttosto un’altra faccia della luce? Quella più densa, il risultato di ferite, dolori, solitudini?

Nel libro si dice che non esistono ombre senza la luce, e più intensa la luce più sarà oscura sarà l’ombra. Di solito la paura viene associata a qualcosa di negativo che ci ferma, che ci impedisce le cose che vogliamo fare. Ogni tipo di sentimento, che sia la paura, la rabbia o la tristezza, se ce n’è troppo allora ci saranno dei problemi, ma un po’ di paura può darci la motivazione giusta per andare avanti. Io sono una persona che si arrabbia molto, ma tendo a focalizzare questa rabbia nella mia creatività, a sfruttare questa mia rabbia per scrivere. All’inizio Mia non ha paura, perché le viene sottratta, ma nel corso del libro capisce che la paura è utile nella vita, che fa parte della vita. Quando amiamo una persona abbiamo paura che scompaia, che se ne vada, quindi fa decisamente parte delle nostre emozioni. Essere vivi significa anche avere un po’ paura, l’importante è non lasciarci sopraffare da questa paura.

A chi ti sei ispirato per creare il personaggio di Mia e cosa c’è di tuo in lei?

In realtà non c’è una vera e propria persona nel mondo reale alla quale mi ispiro, anche perché quando un autore inizia a descrivere gli amici nei suoi romanzi queste amicizie sono destinate a rompersi, perché in particolare nei miei libri succedono delle cose terribili ai personaggi. Mia è una combinazione di varie persone importanti nella mia vita: mia madre, mia sorella, mia moglie e alcune amiche, che non sono delle assassine, ma c’è molto di loro in Mia. C’è anche molto di me in lei, in particolare è la versione teenager femminile di me, come Mia si vede all’interno del mondo, le cose che sono importanti per lei, i suoi problemi, le difficoltà che si trova ad affrontare. Lei è una dura all’esterno, ma dentro ha un lato più umano, più soft, farebbe qualsiasi cosa per le persone che ama, ed io sono proprio come lei nella mia vita. Sembro un po’ burbero, ma in realtà sono un orsacchiotto. Mi rivedo anche nel personaggio di AIDAN della serie di Illuminae

Ci hai mostrato in ogni volume una Mia diversa, ma secondo te quale tra i tre volti è quello che le si addice di più?

Ottima domanda, anche se difficile! Non so se ci sia un vero volto di Mia. Sicuramente è diventata una persona migliore alla fine del terzo volume. Ha una migliore comprensione di chi è come persona e di cosa sia l’amore, perché in effetti nel primo libro sta con Tric, ma non penso che alla fine fosse davvero innamorata di lui. Nel primo libro Mia è concentrata sul suo obiettivo, non sa quale sarà l’impatto delle sue scelte, ma sa che ha una montagna da scalare, e non le importa cosa succederà dopo, sa solo che dovrà raggiungere il suo obiettivo. Nel libro tre invece ha una visione più ampia della vita e del suo stare nel mondo; è una persona più equilibrata e sana rispetto al libro uno, ma non so se quello sia effettivamente il volto giusto di Mia. In ogni libro Mia deve possedere quel determinato volto e diciamo che la cosa che apprezzo di lei è che non è mai scesa a compromessi, dal primo libro è sempre stata motivata dalla vendetta, dalla rabbia, dall’ingiustizia subita e continua ad esserlo fino alla fine.

Messer Cortese è uno dei personaggi che mi ha colpita di più, a parte Mia, ovviamente. Ti sei ispirato ad una persona o animale particolare? E perché hai scelto di dargli proprio la forma di un gatto?

La mia fonte d’ispirazione è stata Emily the Strange, un personaggio che ho visivamente associato a Mia: non ho mai letto i libri, ma ho sempre visto le immagini sulle magliette dei miei amici e quindi ho associato la figura del suo gatto al personaggio di Messer Cortese. Volevo creare questo legame con la figura del gatto, nonostante io non sia un fan vero e proprio dei gatti, preferisco i cani, però mia moglie preferisce i gatti. È un personaggio fondamentale per Mia, una sorta di consigliere, come il grillo parlante di Pinocchio, perché spesso Mia non ha paura delle conseguenze delle proprie azioni, quindi Messer Cortese è lì per ricordarle di stare attenta, di non fare delle sciocchezze.

Se tu fossi un tenebris, che forma e caratteristiche avrebbe il tuo passeggero? E tra le abilità utilizzate dai vari personaggi tenebris, qual é quella che vorresti padroneggiare?

Avendo un piccolo Jack Russell di nome Sam sarebbe lui la mia scelta, perché lo amo tantissimo. È proprio piccolo e quando passeggiamo insieme siamo proprio buffi (Jay è altissimo). Tra i personaggi del libro sceglierei Messer Cortese, perché è molto più sensibile e sa consigliare Mia nel momento del bisogno. È più utile avere un personaggio che dice quando si sta facendo una stupidaggine. Eclissi, invece, è un po’ come il mio cane, sempre entusiasta della vita, ed è quel tipo di personaggio che potrebbe dirti “Andiamo a rubare quella macchina della polizia!”, invece interviene Messer Cortese che ti avvisa che potresti andare in prigione per questa cosa, quindi è sicuramente più sano avere accanto un personaggio così saggio. 

Qual è il tuo personaggio preferito della serie, a parte Mia? E qual pensi che ti rappresenti di più?

Il mio personaggio preferito tra i secondari è senza alcun dubbio Mercurio, perché c’è tanto di me in lui. Alla fine i due personaggi in cui ho messo parte di me sono appunto Mia e Mercurio. Mia è il mio passato, mentre Mercurio una versione di me del futuro. Nel terzo libro le linee iniziano ad intrecciarsi e cambia qualcosa, in quel momento subentra l’autore, molto più di prima e il narratore diventa molto più consapevole di star raccontando una storia e il lettore diventa più consapevole di starla leggendo. Nel terzo volume c’è molto di me rispetto ai precedenti. Ci ritrovo molto la mia relazione che ho con il mondo, per quanto riguarda la mia esperienza personale. Se volete sapere come sarò tra venti anni allora correte a scoprire Mercurio.

In particolare nella trilogia di Nevernight, ma anche in altri tuoi libri, ti sei mai pentito di aver scritto qualcosa? Qualche morte di cui ti penti? Se potessi tornare indietro, cambieresti qualcosa nella storia?

Sicuramente tutte le morti che ci sono nei tre volume hanno un perché, una ragione, sia per motivi per legati alla trama in sé o perché la loro assenza è importante per Mia o per la storia. C’è un personaggio, Cassius, che muore nel primo libro, e molti lettori mi hanno chiesto il perché, visto che era un personaggio interessante, ma in realtà lui ha tre caratteristiche: è alto, ha capelli scuri lunghi ed è misterioso. Se io svelo troppe cose su di lui non è più misterioso. Magari molti lettori avrebbero voluto che continuasse a vivere però in realtà per me era un po’ un ostacolo, lui aveva tutte le risposte che servivano a Mia, quindi ho dovuto eliminarlo per mandare avanti il libro. Non mi è dispiaciuto averlo ucciso, ma capisco anche i lettori. 

L’ambientazione in un romanzo fantasy/scifi è molto importante e quella di Nevernight non fa eccezione. Quanto tempo ci è voluto e quali difficoltà hai incontrato per creare questa struttura così particolare?

Sicuramente l’ambientazione è fondamentale. Io però sono un tipo di scrittore che costruisce la storia e l’ambientazione strada facendo, quindi non avevo inizialmente una visione completa del mondo che stavo andando a creare. Sapevo che c’erano dei luoghi di cui volevo parlare, ma non avevo visitato nella mia mente tutta l’estensione dell’ambientazione. È un processo che segue il flusso della scrittura, sia per la trama ma anche per l’ambientazione. Per quanto riguarda invece la struttura politico-religiosa che regola il mondo, di questo aspetto avevo una visione ben precisa, perché mi ero ispirato alla storia romana e alla sua repubblica, alla dinastia Giulia, quindi avevo un’idea ben precisa. Sono invidioso di quegli scrittori che sin da subito hanno chiaro quello che andranno a scrivere, io non sono così diligente, anzi a volte mi è persino capitato di cambiare strada. Avevo intrapreso dei percorsi e poi alla fine cambiavo idea e mi toccava tornare indietro, dopo essermi reso conto di aver sbagliato. Nel primo libro ho cancellato 80.000 parole, il romanzo in totale ne ha 160.000, quindi ho scritto una metà del libro in più relativamente alla descrizione del mondo. Ho deciso di cancellarla perché non mi sembrava utile, ma non è stato un lavoro sprecato perché mi ha aiutato a informarmi sulla costruzione di questo mondo. 

Hai creato la Chiesa Rossa, una scuola molto particolare, quindi come hai avuto l’idea delle prove, delle materie, della struttura della Chiesa. E c’è stato qualcuno che ha considerato disturbante una scuola che insegni a dei ragazzini come uccidere?

L’idea della Chiesa Rossa è stata molto naturale, sicuramente in un’ambientazione in cui si parla di assassini c’era bisogno di un’istruzione che insegnasse come diventarlo. Ho cercato di immaginare le competenze che dovesse avere un assassino in ambito medievale, ad esempio uccidere velocemente, le abilità con armi e così via. Gli insegnanti riprendono l’arte della scuola e sono presenti in molti libri fantasy, come Il nome del vento di Patrick RothfussHarry Potter di J.K. Rowling, e la scuola deve riflettere l’atmosfera del libro. In più, la Chiesa Rossa è anche un società segreta e quindi c’è la difficoltà di tutelare chi insegna, perché le competenze che insegnano possono ritorcersi contro gli insegnanti stessi, perciò ho introdotto le regole particolari, come quella di Fedeltà, di Lealtà.  Per quanto riguarda le opinioni degli altri, in generali tutti hanno concordato che fosse una bella idea, non ci sono state critiche particolari. È un po’ come Harry Potter, ma con l’elemento in più del pericolo, quindi in linea con l’atmosfera dark del libro e mi piace molto che non tutti possano diventare Lame.   

Quali influenze hanno contribuito a rendere il tuo stile di scrittura così originale e innovativo?

Per quanto riguarda gli scrittori sicuramente William Gibson, lui usa frasi molto frammentate e a cui mi sono ispirato per il mio stile. Inoltre usa il ritmo di scrittura in modo molto intelligente, perché lo abbina al tipo di scena. Se c’è una scena con molta azione allora usa frasi più brevi, mentre nelle scene drammatiche si sofferma sulle descrizioni e sui dettagli. È stato un’influenza grandissima per il mio lavoro e il primo scrittore che ho studiato a fondo per formarmi in quanto scrittore. Un’altra influenza per me è la musica, quando scrivo ascolto sempre musica, non con le parole perché mi distraggono, ma uso musiche che evochino quello che scrivo. Adoro Ludovico Einaudi e abbino anche qui i ritmi che la sua musica ha a quello che sto scrivendo. Ascolto anche le colonne sonore dei film, ad esempio la colonna sonora di Avengers quando una scena movimentata, piena d’azione. Le band che ascolto sono un’altra influenza che mi serve, perché le parole di queste canzoni evocano idee che possono essermi utili per la scrittura. 

La storia di Mia ha appassionato tantissimi lettori, anche quelli che leggono generi diversi, e credo sia stato per l’intrattenimento fuori dall’ordinario. Il fatto di aver creato un narratore che parla con il lettore è nata come cosa per appassionare lettori diversi?

No, non era quello l’intento. Non ho usato il narratore per avvicinarmi a un pubblico diverso di lettori. Infatti ho notato che nel primo libro la voce del narratore era troppo presente, quindi ho dovuto abbassare il volume della sua voce strada facendo. Mi piace l’idea di un personaggio incaricato di raccontare la storia del romanzo e per me sono fondamentali le note a piè di pagina, perché le uso per costruire il mondo fantastico. Ci sono tre ragioni per cui sono importanti. Fanno ridere il lettore anche nei momenti meno opportuni, come quelli di alta tensione in cui le note scatenano risate isteriche perché il momento è terribile. La seconda ragione è che tutti gli scrittori che leggevo da piccolo e che mi hanno ispirato, Tolkien ad esempio, si concentravano molto sul worldbuilding (costruzione del mondo), dedicando pagine e pagine alle descrizioni, cosa che a me piace molto, ma so che non tutti i lettori apprezzano, perciò tramite le note a piè di pagina ho potuto nasconderlo un po’, permettendo ai lettori non interessati di saltarle. In terzo luogo, le note danno anche degli indizi importanti, ovvero che il narratore è consapevole di star raccontando una storia, come se il libro stesso fosse consapevole di essere una storia, quindi ho cercato di raccontare la storia che volevo raccontare e non mi sono focalizzato sul cercare di accalappiare lettori diversi. Una volta quando stavo firmando le copie mi è capitato di vedere una bambina di 8 anni con in mano Nevernight e mi sono spaventato. Le ho chiesto dove fosse sua madre e ho scoperto che lo stava solo tenendo per sua sorella. Meno male!   

Nella traduzione delle tue opere, ti interessi che determinati passaggi mantengano un certo pathos o che comunque trasmettano le tue intenzioni? Qualche fan ti ha mai fatto notare dei lost in traslation?

Bisogna fidarsi dei propri editori. Quando viaggio chiedo sempre alle persone che magari hanno letto sia la versione originale che quella tradotta come sia la traduzione. Ho un gruppo di amici scrittori e ci confrontiamo anche su quali editori abbiano i traduttori migliori perché uno scrittore passa tantissimo tempo a scrivere, i libri diventano come figli, e quindi dare i propri figli a uno sconosciuto per la pubblicazione in un’altra lingua è un po’ difficile e preoccupante. Però alla fine bisogna fidarsi dei propri editori e scegliere persone a cui importi della storia tanto quanto lo scrittore. Quando ho conosciuto Marco sapevo sin da subito che era la persona giusta, perché aveva la passione giusta da mettere nel progetto e quindi sapevo già che sarebbe stata un’ottima scelta. 

Come ti è approcciato alla scrittura? Come ha capito di voler diventare uno scrittore?

Il processo della scrittura è un processo a cui mi sono approcciato quando avevo circa 12 anni, iniziando a giocare a Dangeons & Dragons. Ho poi iniziato a lavorare nelle pubblicità, scrivendo i copioni per gli spot televisivi: in un certo senso raccontavo storie, anche se di 30 secondi, molto corte, però la struttura è la stessa del romanzo, con un inizio, un corpo e una fine, come se fosse un romanzo in miniatura. È stato un grande esercizio per me come scrittore, perché ho imparato a raccontare una storia in 30 secondi. Quando tornavo a casa, però, ero stanco per scrivere ancora. A 35 anni però ho iniziato a provare un’insoddisfazione nei confronti del mio lavoro perché stavo sprecando la mia energia creativa cercando di convincere i consumatori a comprare carta igienica o cereali per la colazione, quindi non ero molto soddisfatto, volevo qualcosa che fosse totalmente mio, un ruolo più importante di cui avere anche il controllo al 100%.   Quando si scrive per una grande azienda ci sono molte persone a cui dover rispondere, con i miei romanzi però ho avuto la libertà di cui avevo bisogno.

Visto che i diritti di diverse tue opere sono stati acquisiti per eventuali trasposizioni cinematografiche e televisive quale personaggio credi che potrebbe rendere meglio sullo schermo? Quale credi sia, invece, il più difficile da trasporre?

Sicuramente il personaggio più difficile sarebbe quello di  AIDAN di Illumnae perché ha molti monologhi interni ed è un personaggio complesso, difficile da rappresentare perché ha moltissimi pensieri che dovrebbero essere poi esplicitati per lo schermo, sarebbe un passaggio un po’ difficile. Il personaggio più interessante che non vedo l’ora di vedere è Mia, soprattutto per i suoi poteri legati alle tenebre e alle ombre, in particolare nel terzo volume quando c’è il verobuio. Ho visto le prove per la sua realizzazione fatta da Piera Forde (produttrice della webserie e attrice che interpreterà Mia) e sono molto soddisfatto. Non vedo l’ora di vedere l’effetto finale. 

Ci hai detto che l’anno prossimo uscirà, anche in Italia, una tua nuova serie sui vampiri. Ci puoi anticipare qualcosa?

Sto scrivendo Empire of the Vampire che uscirà l’anno prossimo in contemporanea in Italia con Oscar Vault. In parte è simile a Nevernight, un fantasy epico molto dark, si basa però su un evento veramente accaduto nel 536 d.C., quando c’è stata probabilmente un’eruzione vulcanica che ha causato un esplosione di materia andata nell’atmosfera e che ha oscurato il sole per diversi mesi. Questo ha causato la morte di raccolti, guerre e carestie. Nel mondo che sto creano i vampiri possono circolare liberamente. Il protagonista si chiama Gabriel ed è il tipico eroe, perché fa parte di un ordine religioso che dà caccia ai vampiri. Il libro inizia nel momento in cui deve essere giustiziato perché ha ucciso l’imperatore dei vampiri ed è incaricato di raccontare la sua storia fino a quel momento. È un mix di ispirazioni tratte da Intervista col vampiro e Il nome del vento. Non so se riuscirò a completarlo per il prossimo anno, ma ci proverò, dopo la tappa in Italia andrò a Praga e li mi chiuderò in casa per un mese a scriverlo.  Sarà un libro illustrato perché la storia verrà raccontata ad un vampiro che, nelle pause in cui Gabriel si metterà a riflettere, disegnerà alcuni episodi del racconto molto velocemente.

Questo è tutto. L’intervista è durata un’ora e mezza e in questo tempo mi è sembrato di conoscere sempre di più non solo Mia e la sua storia, ma anche Jay Kristoff e il suo modo di creare una realtà partendo da un’idea. Spero che torni presto in Italia e, sopratutto, che continui a scrivere creando magnifici racconti.

RECENSIONI:

Caty


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...